Alla ricerca di ET
Matilde crede di venire da un altro pianeta, si sente sola ed indifesa. Dopo tanto dolore, un giorno si accorge che ci sono altri come lei, alieni dispersi in cerca di un contatto.
Matilde odia le gonne, le bambole e le calzine di pizzo ricamate. Ciò è strano per le sue compagne di scuola, figuriamoci per mamma e papà. E’ caparbia e non cede ad alcun ricatto per apparire come le altre, mentre già a sette anni pensa “Che palle!” Fin da piccola sa di avere qualcosa di non comune, è omosessuale ma non sa ancora cosa significhi. Gli anni passano, la bambina cresce e la solitudine con lei. L’adolescenza mette a nudo con estrema crudezza tutta la sua inquietudine di ragazza diversa, una ragazza che non ama i ragazzi e perciò non può desiderare tutto quello che desiderano le sue amiche. Niente feste, niente ragazzi che chiamano a casa, niente cotte per il compagno di banco, ma una grande attrazione per la prof. di italiano... Matilde si convince di essere un’extraterrestre finita per sbaglio sulla terra, il suo aspetto è uguale agli altri umani, ma dentro c’è tutto un altro mondo, un mondo di solitudine e isolamento, di vergognosi desideri da vivere al buio. Sono delle sensazioni che le derivano da tante esperienze negative vissute da molte altre ragazze prima di lei, sensazioni che Matilde aveva accumulato e sepolto in una parte profondissima di sé. Ora che è adulta sono riemerse con una grande irruenza, ma ciò che più la lascia stupefatta è l’incapacità di legare con altre lesbiche conosciute al Sottomarino Giallo. Matilde si è sempre sentita diversa, non dagli eterosessuali, ma da tutti gli esseri umani in generale. A volte le capitava di immaginarsi al di fuori della vetrina di un negozio mentre osservava vivere, all’interno di essa, il resto dell’umanità. Ogni tanto, si guardava alle spalle per controllare se, magari, qualcuno come lei fosse rimasto fuori a contemplare. Da una bottiglia di birra a un bicchiere di vino e un sorso di whisky il passo è breve, ubriacarsi si rivela essere l’unico modo per poter vivere non solo tra gli umani in generale, ma anche tra le lesbiche come lei. L’alcol disinibisce e scioglie le asperità del carattere, dà quel senso di onnipotenza regalando un’illusione di felicità per poi strapparti la vita. Anche Matilde ha creduto di trovare compagnia nella bottiglia, ha sperato di sentirsi meno sola e isolata, ma il tradimento di questa amica mortale è stato forse più doloroso di quello dei compagni di scuola, degli insegnanti e degli amici: almeno loro non le hanno mai dato l’illusione di farle compagnia. Quando è in fondo al precipizio dice a se stessa che è ora di riemergere e si accorge di essere sola e sfiduciata. Nei momenti in cui sta malissimo desidera, in silenzio, di sentire vicino le persone che ama nonostante il loro disinteresse. Quelle stesse persone che, appena si addormenta, diventano gli spettri delle sue paure e trasformano i suoi sogni in incubi. Matilde tocca il fondo quando sente una gran vergogna per se stessa, così debole e inetta, così diversa. Ora che tutto ciò è solo un brutto ricordo si chiede se, forse, anche per le altre ragazze omosessuali, l’incapacità di stare insieme da sobrie derivi dalla stessa sensazione di diversità e isolamento, e desidera trasmettere la sua brutta esperienza affinché possa servire a far sì che altri la evitino o riescano ad uscirne con minore difficoltà. La vuole trasmettere senza chiudersi in un ghetto, ma mettendosi alla ricerca degli altri indipendentemente dalle etichette imposte a tutti gli abitanti di questo pianeta, facendo loro dimenticare che sono semplicemente uomini e donne al di là di ogni specifica differenza culturale, sessuale, politica... In un giorno di particolare leggerezza d’animo, Matilde riesce ad esporre le sua esperienza ai nuovi amici e scopre un coro di: ”Anche per me è sempre stato così!“. Allora pensa: “Forse siamo un genere di umani fortunatamente ristretto e in via di estinzione. Ma se non fosse così? Se altri per svariati motivi provassero o avessero provato le nostre stesse sensazioni?” Da quando riesce ad amare la sua omosessualità scopre che gli altri sono più raggiungibili, solo adesso arriva a comprendere quanto sia inutile, stupido e insensato diffidare o avere paura di altre persone che forse come lei non sono altro che extraterrestri dispersi in cerca di un contatto. O forse sono semplicemente terrestri da saper riconoscere. Che importa? Ora Matilde riesce ad accogliere tutti e per farlo è sufficiente una semplice frase: “Benvenuti sulla terra, appropriamocene”.
Maria Giovanna Farina (Diario, numero speciale, 6 gennaio 2006)
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