La pandemia delle parole che dividono



 

La pandemia da covid 19 ha portato con sé, oltre alla malattia e a tutte le difficoltà conosciute e con esse un aumento esponenziale delle sindromi psichiatriche ad esempio la depressione, un qualcosa che potremmo definire meccanismo di esclusione: forse la causa prima di tutti i mali. Ne L'ordine del discorso il filosofo francese Michel Foucault definisce la partizione come una procedura di esclusione tipica del discorso. In particolare considera per prima l'opposizione tra ragione e follia e al fatto che nel Medio Evo la parola del folle non potesse circolare come quella degli altri. Il folle non aveva voce, il suo discorso cadeva nel nulla come un rumore di fondo.

Oggi chiunque può esprimersi su tutto ma solo apparentemente, l'esclusione a prima vista superata da una democrazia della parola dove spesso si fa a gara a “chi le spara più grosse”, in realtà si abbatte su chi non la pensa come la si dovrebbe pensare. Ma non solo. Il meccanismo di esclusione ha trovato terreno fertile negli anfratti delle norme della pandemia sempre più escludenti. Proprio in questi giorni il governo austriaco ha ipotizzato lockdown selettivi, ovvero lasciare a casa i non vaccinati, interdirli dunque dalla vita sociale. Non entro nel merito della giustezza dei provvedimenti dal punto di vista politico, inoltre sono vaccinata e felice tanto per capirci, ma non posso fare a meno di pensare quanto i meccanismi di esclusione dal discorso si applichino concretamente e pesantemente alla nostra vita.

Se fino ad ora abbiamo parlato della bellezza delle società inclusive dove ogni diversità possa trovare il proprio spazio, direi che le nuove tendenze ci allontanano dal sogno per farci sprofondare nella pesante materialità di un mondo sociale divisivo ed escludente.

E pensare che cinque secoli prima di Cristo Gorgia ci disse che il farmaco (farmakon) ha il duplice valore di veleno e di filtro magico, la parola come la medicina può rivelarsi infatti un rimedio efficace o un veleno mortale. Comprendere questa estrema e antitetica potenza della parola, il suo essere tagliente e violenta mentre all'opposto è indagatrice e lenitrice della sofferenza, rivela una dote di profonda analisi della comunicazione che ci mostra come certe cognizioni sulla vera natura dell’animo umano provengano da molto lontano. Certo, Gorgia era un sofista e la sua arte rivolta alla persuasione ingannevole lo dipinse come venditore di parole, maestro di retorica, ma ciò non offusca minimamente queste intuizioni così acute.

Se non vogliamo sprofondare nella psicosi collettiva, si rende necessaria una lotta culturale per affermare l'inclusività vera, a partire dall'uso delle parole, strumento di garanzia per immaginare una convivenza paritaria.

Maria Giovanna Farina (Il Mattino di Foggia, 27 ottobre 2021)