L'uomo della caverna



 

Il cosiddetto “Mito della caverna” narrato da Platone nel suo dialogo Repubblica è in realtà una metafora della nostra condizione umana che nonostante siano passati 2500 anni non è poi così radicalmente cambiata. La metafora invita ad immaginare dei prigionieri che siano stati incatenati, fin dalla nascita, nelle profondità di una caverna. Continuando ad immaginare... La loro condizione è tale che essi possono fissare solo il muro dinanzi a loro; alle loro spalle è stato acceso un fuoco enorme e tra il fuoco ed i prigionieri corre una strada rialzata mentre sulla strada è stato eretto un muretto lungo il quale alcuni uomini portano vari oggetti di diverse forme. Le forme proiettano la loro sagoma sul muretto. Mentre un personaggio esterno avrebbe un'idea completa della situazione, i prigionieri, non conoscendo cosa accada realmente alle proprie spalle e, non avendo esperienza del mondo esterno perché incatenati fin dall'infanzia, sarebbero portati ad interpretare le ombre come oggetti, animali o persone reali. Lo straordinario racconto platonico va avanti con grande sintesi filosofica e ci fa supporre che un prigioniero venga liberato ed obbligato a guardare l'uscita della caverna dove la luce del sole lo accechi, ciò lo irriterebbe per essere stato condotto alla luce ed alla sofferenza della visione del “vero”. Ma con il passare del tempo i suoi occhi si abituerebbero alla luce cosicché giungerebbe a vedere gli oggetti reali e non le ombre che vedeva nella caverna, questa bella scoperta lo spingerebbe a rientrare per comunicare agli altri prigionieri rimasti nella caverna. Ciò gli procurerebbe disagio, non più abituato alle tenebre si muoverebbe a tentoni e verrebbe deriso fino alla possibilità di essere ucciso da chi teme di vedere la vera realtà. Per guardare la realtà è necessario trovare il coraggio non solo di sopportare la forza della luce ma anche il disagio delle tenebre, così come per giudicare un terribile fatto come la guerra è fondamentale uscire dalla caverna.



Maria Giovanna Farina (Il Mattino di Foggia, 24 marzo 2022)