Una lezione in un Istituto Superiore milanese
Cos’è L’omosessualità, come vivono gay e lesbiche, quali sono i loro problemi? Una lezione tra i banchi ha permesso di aprire un varco a questi interrogativi e di raccogliere interessanti considerazioni degli studenti di una classe superiore.
Può una rivista come Babilonia diventare “un libro di testo” ? La risposta è sì.
A giudicare dai risultati che ho ottenuto nel proporre la rivista come strumento di indagine filosofica e di osservazione delle dinamiche relazionali omosessuali direi che è stata una mossa forse un po’ trasgressiva, ma vincente.
Nella sua ventennale esperienza, la rivista non è solo un punto di riferimento degli omosessuali italiani, ma un vivaio di iniziative, progetti e modi di vivere di gay e lesbiche; tra quelle pagine si trovano il loro vissuto, i problemi di integrazione/relazione con la società, le battaglie politiche e civili. E ciò che più conta è che lì si parla di omosessuali veri e non di soggetti edulcorati e spesso ridicolizzati dal gossip. Le lettere che giungono in redazione sono la specchio del popolo omosessuale interessato non solo a problemi legati al proprio orientamento sessuale, ma a tante e più disparate questioni che li vedono protagonisti o spettatori.
Lo scorso dicembre sono stata invitata in una classe superiore per tenere una lezione sull’omosessualità che potesse dare agli studenti delle nozioni e delle informazioni di base utili per comprendere questioni delicate come il coming-out, la differenza tra identità di genere e identità sessuale e le ripercussioni della società e della famiglia sulla vita dell’omosessuale adolescente e dell’adulto che sarà domani. Ciò che più mi lasciava perplessa era esporre ai ragazzi alcune immagini di nudo maschile che nella rivista si possono incontrare, ma la docente di questa classe, che ha richiesto l’iniziativa, mi ha liberata da ogni perplessità impegnandosi ad acquistare personalmente Babilonia, sottolineando che è fin troppo puritana (non è pornografica) rispetto a certe riviste di massa che le edicole espongono quotidianamente.
Nel preparare l’intervento mi sono preoccupata di formulare i vari punti nel modo più semplice possibile evitando di essere superficiale. Dopo tante elucubrazioni giunge un’illuminazione: perché non partire da quella concreta esperienza che avevo raccontato sul numero di dicembre (vedi Babilonia n° 216). Lì avevo pubblicato “Un padre e sua figlia”, una storia vera ed attuale in cui teoria e pratica trovano un buon connubio. Questa storia mi avrebbe aiutata ad entrare in un contatto più vivo con gli studenti, per loro toccare con mano la realtà è un modo più naturale di fare lezione; in questa storia si percepisce il travaglio vissuto da un padre omosessuale, che non è mai riuscito ad accettare il proprio orientamento, e la sofferenza della figlia, vittima di un amore disatteso.
La classe ha seguito la lezione con vivo interesse solidarizzando con la figlia adolescente di cui ho parlato nell’articolo e credo che questa sia stata la chiave di accesso per entrare nel loro mondo fatto di ricerca, ma bisognoso di modelli di riferimento positivi e accuditivi. Sentir raccontare di una adolescente non amata ha fatto scattare la dinamica del gruppo dei pari che si allea contro l’adulto che non sa proteggerti dalla sofferenza e perciò “devi pensarci tu”. Così andando oltre un discorso ricco di belle ed interessanti teorie sull’omosessualità, ho posto l’accento su un’esperienza concreta dimostrando cosa sia il pregiudizio e come si possa lavorare per sconfiggerlo.
In seguito, i ragazzi, spinti dall’entusiasmo della loro insegnante, hanno steso una relazione su quanto avevano appreso dal mio intervento, esprimendo le loro impressioni e i loro pareri.
L’adolescenza è un periodo di lotta per separarsi dalle figure genitoriali e spesso la battaglia è contro le idee e i gusti dei genitori che per i giovani sono da mettere in discussione; non è quindi difficile in questa età della vita com-patire (nel senso proprio di patire con) la sofferenza di chi lotta per affermare la propria identità sessuale così diversa dalla maggioranza, ma altrettanto degna di essere affermata. A questo proposito è molto esplicativa la frase che leggo in una relazione: ”Ho sempre pensato che fosse giusto dare la possibilità al diverso, ma allo stesso tempo uguale, di esprimersi”. In questa dichiarazione si coglie la consapevolezza che l’omosessuale è considerato diverso, ma allo stesso tempo un adolescente in cerca di identità e per questo riconosciuto come uguale e con il diritto di esprimere se stesso, infatti prosegue scrivendo: “di diverso hanno solo la concezione della sessualità”.
Questi ragazzi colgono la differenza di identità sessuale come una differenza quasi inesistente, anche se i più ribadiscono che il loro atteggiamento è cambiato dopo aver seguito, e rielaborato nei mesi successivi, il mio intervento. Tutti gli studenti sottolineano l’efficacia della lezione, auspicano nuovi incontri di approfondimento ed affermano che la loro conoscenza sull’argomento era molto scarsa e “macchiata dal pregiudizio”. Ecco come una studentessa ha definito, con una metafora molto significativa, il pregiudizio: “Purtroppo i pregiudizi sono radicati dentro di noi e in alcune persone sembra che il seme di questi ultimi abbia germogliato in ogni parte della loro mente”. C’è l’inevitabile presenza dei pregiudizi, ma in una sorta di visione aristotelica il seme non sempre diventa frutto, solo in alcune persone germoglia e cresce a dismisura, si insinua e stravolge come fa il cancro con le cellule sane, e prende il posto delle idee personali. Questa relazione si conclude con una nota ottimistica: “Speriamo che in futuro si abbatta il muro del pregiudizio...se ognuno di noi ci proverà, tutta la società risentirà di questo”. La speranza è legata all’impegno del singolo, fuori dal gruppo di appartenenza; è come dire che per crescere bisogna prendersi le proprie responsabilità e la lotta contro il retaggio culturale deve partire dall’individuo che con il suo personale e piccolo contributo partecipa attivamente alla creazione di una nuova mentalità condivisa. E’ confortante scoprire una buone dose di lungimiranza in ragazzi così giovani e una maturità superiore a quanto si afferma di solito quando si parla delle nuove generazioni. Come adulti dobbiamo, non solo a parole, appoggiare la loro carica vitale e fornire loro gli strumenti per prepararli ad una vita più libera e autentica.
Circa l’accettazione di chi è diverso, emerge un dato di grande interesse: “Chi non accetta gli omosessuali va avanti nella propria ignoranza...senza dare spazio a idee modi [di vivere] di altri individui”. Più di uno studente dichiara che è una questione di disinformazione, sarebbe l’ignoranza quindi ad alimentare il pregiudizio. Infatti un’ altra scrive: “Prima dell’incontro con la dottoressa ritenevo queste persone strane e forse anche inferiori”.
La scuola ha una grande responsabilità, “...deve costruire ai ragazzi una mentalità aperta alla diversità” perché “... la scuola è come una seconda casa, un luogo dove rifugiarsi quando l’ambiente famigliare non è dei più accoglienti”. Questa ragazza sta parlando della propria esperienza di adolescente, forse in un punto di empasse, perciò il suo personale disagio causato dall’adulto che in questo momento è sordo alle sue richieste, si con-fonde con la diversità omosessuale stigmatizzata da una società apportatrice di disagio. Com-prendere l’altro è possibile grazie a questa immedesimazione totale. Conclude infatti: “E’ bello sapere che ognuno di noi vive in ogni momento un’esperienza diversa, ma è ancora più bello sapere che le esperienze che noi viviamo possiamo condividerle con altre persone, che siano, o no, delle nostre stesse vedute di vita”.
Solo due studenti avanzano qualche critica al mondo omosessuale, in particolare introducono un argomento di cui non avevo dato alcun accenno, il Gay Pride: “ ...porta solo ad un maggiore accanimento verso la loro diversità”, “ Penso che la società, con questo modo di venir fuori, abbia ancora più pregiudizi nei loro confronti”. Sono frasi scritte così senza alcun commento, ma rivendicano con la loro lapidarietà il bisogno di conoscere gli omosessuali in una veste più seria, nel senso di meno festaiola. Ciò potrebbe rimandare alla necessità degli adolescenti di interagire in modo più convenzionale con adulti omosessuali che possano dare delle garanzie, è un po’ come dire: “Se dobbiamo trattare l’argomento omosessualità come materia di studio, voi gay e lesbiche dovete darci qualche garanzia per guadagnarvi la nostra fiducia”. La richiesta più importante che gli adolescenti muovono agli adulti in generale, anche se a volte non viene udita o ascoltata, è quella di avere solidi modelli di riferimento, per poi procedere, al momento giusto, alla necessaria messa in discussione.
Nelle relazioni non si trova invece alcun cenno di critica ai loro coetanei omosessuali che intraprendono il coming-out, per loro solo solidarietà e comprensione e la speranza che possano in futuro agire “il coming-out senza più la paura di essere criticati o, ancor peggio, condannati”.
Per concludere cito il commento finale, resomi in forma anonima come alcuni altri, di uno studente che, dopo un dettagliato e preciso schema riassuntivo su tutti gli argomenti affrontati, scrive poche righe che rispecchiano l’opinione un po’ di tutti i ragazzi: “L’incontro si è rivelato molto interessante sia per l’argomento trattato che per il modo con cui è stato affrontato. Molti miei dubbi sono stati sciolti e ho avuto l’occasione di acquisire informazioni di cui non ero a conoscenza.”.
Maria Giovanna Farina (Babilonia, luglio 2003)
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