Uniti dall’Autobiografia
Prima di partire per Anghiari, incontro Duccio Demetrio nel suo studio all’Università di Milano-Bicocca dove è docente di Scienze della Formazione. Visto che è l’ideatore del Festival dell’Autobiografia, penso di gettare le basi dell’esperienza che sto per raccontare, ma gli scrittori di autobiografie sono uniti, come dice Demetrio, da un sottile filo di esperienza emozionale vissuta e raccontata in prima persona e sembra non abbiano bisogno di preamboli per entrare in contatto. Anzi, capita spesso di ri-trovarsi attraverso l’esperienza dell’altro e di condividerne gioie, sofferenze, interessi e inclinazioni.
Eccoci finalmente ad Anghiari, terra di sabba e di segreti medioevali, come ci ricorda una vecchia canzone di Ivan Graziani e perciò colma di mistero e fascino occulto. Siamo qui al Festival dell’Autobiografia, una catarsi a cielo aperto, un luogo di incontro di storie vissute e raccontate. Raccontare e raccontarsi per trovare il significato della propria esperienza, per ri-trovare forse quel se stesso che si andava cercando, per lasciare tracce indelebili di incontri inaspettati e di esperienze reali che contraddistinguono la vita di ognuno.
Chi si accosta ad una scrittura autobiografica spesso teme di essere accusato di egocentrismo, questo perché si è soliti credere, per convenzione, che questo aspetto del sé abbia una connotazione solamente negativa.
In realtà l’egocentrismo è un aspetto del noi ineliminabile per chi ne è fornito. Possiamo immaginarlo come rimedio naturale, come farmakon, per curare il vuoto affettivo. Scrivere di sé può riempire questa mancanza ancor più se la scrittura diventa poi di dominio pubblico. Nella scrittura autobiografica, insieme alla produzione intellettuale che la sottende, si ritrova la fonte inesauribile a cui l’egocentrismo può attingere nutrimento. Questo aspetto del noi, visto a volte come il peccare di vanità o il fare di sé un culto idolatrico, può perdere gli aspetti negativi grazie ed attraverso l’eterno nutrimento intellettuale. La produzione intellettuale espressa dalla scrittura non avrà mai fine finché ci sarà desiderio, al contrario dell’appagamento narcisistico della propria immagine o della soddisfazione orale, entrambi soggetti al limite contingente.
Per confrontarsi con altri scrittori di autobiografie è indispensabile lasciarci avvicinare dal noi-come-gruppo ed allontanarci, metterci in fuga temporaneamente e contemporaneamente, dagli stretti confini del noi-come-individui. Nel corso della vita, il noi continua a crescere spingendo contro i suoi stessi steccati, si dilata fino ad incontrare gli altri. Le autobiografie di ciascuno, ben sessanta selezionate per il Festival, trovano punti di contatto nel racconto, raccontare e raccontarsi è un desiderio naturale dell’essere umano che va incoraggiato fin dall’infanzia. La stessa cosa è asserita dal professor Enzo Catarsi dell’università di Firenze che nel suo intervento dice qualcosa di molto socratico: “Il mondo accademico sottovaluta il significato dell’esperienza”.
Così ho colto l’invito ad esserci, ad essere qui ad Anghiari dove ho portato il mio mezzo di contatto, Il bambino senza parole (Edizioni Clandestine), un libro autobiografico del 2006, nato da un fortunato articolo apparso su questa rivista qualche anno prima, dove ho raccontato una straordinaria esperienza vissuta con un bambino autistico.
Sono qui anche per conoscere il vissuto di qualcun altro, forse per ri-trovare qualcosa che avevo perduto o non visto nella mia esperienza appassionante. Sono qui per incontrare Mnemosyne la madre originaria del ricordare. La memoria è un patrimonio dell’umanità da salvaguardare e qui ad Anghiari sembra proprio non si pensi ad altro. Ma sono qui anche per conoscere ciò che pensa Duccio Demetrio a dieci anni dalla fondazione della Libera Università dell’Autobiografia e poi, forse, mi dirà qualcosa di inedito...”La Libera nasce all’insegna di una difesa anche un po’ romantica del valore inestimabile della memoria nelle due direzioni: i ricordi individuali e le memorie collettive. Qui si introduce una differenza tra il ricordare i il rimemorare, dove il ricordare diventa un’esperienza ineludibile che ci aiuta a non dimenticarci non solo del nostro passato e della nostra storia, ma il ricordare non è soltanto un’evocazione che guarda alle spalle della nostra vicenda e ricordare è fondamentale per qualsiasi attività cognitiva e intellettuale, quindi fare esercizio di ricordi individuali non concerne soltanto la scrittura della propria storia, riguarda un ri-coinvolgimento del ruolo dello scrittore e della scrittrice in un’attività di carattere mentale. Alla Libera Università le persone, dopo aver scritto la loro autobiografia, iniziano a collaborare perché la Libera ti spinge ad un’auto-promozione. Qui ci sono persone che avevano abbandonato l’università, persone che hanno ripreso gli studi e che dal punto di vista delle letture si sono espanse, allora questo motivo del ricordo personale potrebbe essere frainteso solo alla luce di una mera ricostruzione del proprio passato soggettivo, ma non è così. Il saper ricordare è una risorsa propositiva che si espande verso il progetto”. Io aggiungo: “Soprattutto il ricordo individuale coinvolge i ricordi degli altri“. “Sì, è vero”, continua Demetrio, ” Se pensiamo invece alle memorie definite memorie collettive ti riportano all’importanza che la memoria ha per ricreare il senso di appartenenza.”. Demetrio crede di aver concluso il suo discorso ma io gli chiedo una chicca, qualcosa di inedito della sua autobiografia che si possa far conosce ai lettori visto che siamo nel luogo privilegiato del parlare di sé. A questo punto ci stiamo anche un po’ divertendo ed il momento è giusto per conoscere il racconto che segue.: “Sono tornato qui dopo quarant’anni, non ho novant’anni”, chiosa compiaciuto, “Venivo qui da ragazzino, avevo un progetto di vita che era fare lo storico dell’arte e quindi mi muovevo in auto-stop visitando la Toscana in lungo e in largo perché avevo una passione smodata per Piero della Francesca. Conoscevo benissimo Anghiari e ho fatto in tempo a vedere questi borghi... lasciati andare. Adesso sono rinati, c’era la paglia per terra e i buoi, davano un’impressione molto fosca, però mi interessava questo paesaggio per dei riscontri con i quadri di Piero. Dopo di che passano quarant’anni, nel frattempo scoppia il sessantotto, mi dimentico di dover fare lo storico dell’arte e non perdo l’occasione di accettare, come studente per campare un po’, di tenere per il comune di Milano un corso di alfabetizzazione e questo mi ha cambiato completamente la vita. Mi ero dimenticato del progetto di storia dell’arte ed avevo iniziato un nuovo progetto di raccolta ed uso di storie di vita come abbecedario per insegnare a leggere e scrivere. Passano gli anni, siamo nel 1997, mi telefona Saverio Tutino interessato al mio lavoro (ha letto un mio libro) e allora torno qui e mi rendo conto di esserci già stato, lo avevo completamente dimenticato, la memoria torna”.
Certo la memoria è il motore del Festival, lo stesso motore che ha spinto Camminare nel tempo, il libro dell’illustre professor Raimondi, ed ha mosso due genitori (i coniugi Giannone) che hanno raccontato in Una vita spezzata la scomparsa prematura della loro amata figlia. Credo che lo scopo della memoria sia conservare e rilanciare in modo produttivo i racconti autobiografici che hanno anche la funzione di entrare nella vita di chi li legge per creare un incontro tra esistenze. Attraverso l’incontro il ricordo diventa sempre più vivido e permette di scoprire, ri-scoprire e approfondire quale evento significativo abbia cambiato la nostra vita.
Siamo giunti praticamente alla fine e la rassegna si chiude, almeno per me, benedetta da un allegro banchetto con tutti gli scrittori in un tipico ristorante del luogo. Ci lasciamo, certi che qualcuno, o qualche volta, farà ritorno nel luogo della memoria per portare a casa ciò che, un po’ tutti, abbiamo ri-trovato.
Maria Giovanna Farina (Diario, 6 settembre 2007)
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