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Alla ri-cerca di Zero
I Sorcini, “figli della solitudine affamati di poesia”, si sono riprodotti continuamente e hanno resistito ad ogni sorta di minaccia: alla moda, alle trasformazioni sociali e alle tappe artistiche di chi li “ha messi al mondo”. La mia è una osservazione critica delle dinamiche affettive che si sono sviluppate tra Renato Zero e i suoi fan; questa riflessione è fatta da chi da molti anni ha fatto oggetto dei suoi studi filosofici e psicologici anche Renato Zero con le sue canzoni. Il
tema centrale che ho individuato nelle canzoni di Renato è
lo scambio affettivo tra madre e figlio e tra il gruppo dei
fratelli. E’ importante sottolineare che la componente
materna e paterna è presente in molte persone a prescindere
dal sesso di appartenenza ed è visibile nelle relazioni con
gli altri. Parlare di componente materna non è tout court
parlare di femminilità, ma è parlare dell’approccio
materno alla relazione che è simbolizzato dall’accudimento,
dal mettersi a disposizione senza condizioni, dall’essere
protettivi soprattutto con i più deboli, ecc. “Sotto
quel tendone blu sei cresciuto e sei adesso un uomo tu”,
sei quindi cresciuto perché protetto e nutrito da quel
grembo fecondo ben simbolizzato dal tendone, che fa crescere tutti
i suoi figli senza distinzioni e permette loro di amarsi. Ecco
ricorrere lo scambio affettivo tra madre e figli e fratelli (tra
loro). Renato Zero rappresenta una sorta di “passaggio”
per tutti gli adolescenti che lo amano (e lo amavano) e trovano in
lui la possibilità di attuare il distacco generazionale
dalla loro famiglia. L’adolescenza è infatti un
periodo di lotta per la separazione dalle figure genitoriali.
L’impresa è molto difficile perché da un lato
ci si vuole staccare per crescere e dall’altro si vuole
rimanere protetti e accuditi. In realtà il distacco è
solo apparente perché ci si trova tra le braccia di
un’altra madre dall’apparenza trasgressiva,
(specialmente il Renato prima maniera) E’ presente nel percorso di crescita dell’autore l’invito a non lasciarsi mai andare e a combattere contro la noia (Resisti), il vuoto ideologico (Il niente), la droga (.La tua idea.........Pericolosamente amici) e a scoprire che dietro la maschera (Niente trucco, La facciata ) c’è lui e la sua realtà. Ciò spinge a guardare oltre le semplici apparenze. Il pericolo della droga è uno dei temi più trattati nelle sue canzoni, é il mettere in guardia i ragazzi dalla seduzione pericolosa, la seduzione di una madre negativa che porta ad una dipendenza mortale tanto che “sulla pelle del tuo ultimo fratello innocente c’era rimasto un buco solamente”. A ciò si contrappone la madre positiva che ti rassicura per cui “non ti appenderei a quel laccio emostatico, tu mi detesterai ma io ti salverei”. Osservando la messa in scena degli spettacoli, mi è nata la concreta consapevolezza che Renato drammatizza la quotidianità. Le simbolizzazioni arrivano in modo subliminale al pubblico che inconsciamente percepisce l’autenticità del messaggio comunicativo. Ad esempio la canzone “Non sparare” sia nel contenuto verbale che figurativo affronta il problema della caccia e della sua crudeltà. Al di
là del contenuto manifesto, al primo livello simbolico v’è
una richiesta di non tarpare le ali della libera espressione di
sé, ma ad una lettura seconda e più approfondita
della simbologia notiamo qualcosa di molto più importante e
significativo per i nostri interessi, ossia: le ali del grande
uccello rappresentano le braccia della madre che tiene protetti i
suoi cuccioli e il cacciatore non è altro che il padre che
in modo molto doloroso vuole strappare i figli dalla protezione
materna. Chissà quanti ragazzi hanno vissuto questa lacerante realtà! Certamente come Renato la drammatizzò dava la speranza di uscirne meno malconci se solo si fosse riusciti a sensibilizzare questo padre! “Non sparare vecchio cacciatore, hai volato mai, l’hai fatto mai?”. E’ come dire:” Se sei stato libero di esprimere te stesso, se hai provato, non puoi uccidere la mia libertà”. E’ un chiaro invito a tutti i padri che non sono stati in grado, o non hanno voluto, lasciar “volare” i loro figli. Questa tematica viene ripresa esplicitamente molti anni dopo in Anima Grande:”...se hanno un figlio a colori lottano contro di lui per appiattirgli i pensieri”. Questa affermazione è molto intensa perché racchiude anni di lotta per l’affermazione di ogni diversità. Sappiamo come molti genitori purtroppo non riescano, al contrario di Anima Grande (suo padre), ad accettare di avere un figlio colorato in un mondo in bianco e nero: mettono in atto la loro “castrazione cromatica” impedendo la libera espressione del sé ai loro figli. Ai concerti di Zero, chiunque si senta, per qualunque motivo, diverso, sa di essere capito, accettato e amato: ”...per noi diversi, per noi che siamo tanti, per noi che forse sembriamo strani, ma che in fondo siamo così umani. Prestateci un sogno lasciateci ancora tentare, perché questa notte sia eterna, perché sia una notte d’amore.” E altrove:”.. a voi che basta un sorriso una stretta di mano e a me che basta dirvi vi amo”.. Col passare del tempo, la simbologia dell’abbraccio materno del grande uccello ha lasciato posto ad un più essenziale auto-abbraccio dopo aver indicato i vari settori del pubblico, ma il mettersi a disposizione è continuo: “ti darei gli occhi miei per vedere ciò che non vedi” e ancora “prenditi quello che ti servirà, del mio cuore il battito migliore”. Spesso l’aspetto materno appare intrecciato con il desiderio di lotta giovanile contro i difetti della società: l’ipocrisia, l’ingiustizia e gli abusi, così appare come una madre che lotta per assicurare, almeno idealmente, una vita più vivibile ai suoi figli. Negli ultimi anni si nota un avvicinamento all’alterità metafisica più intenso e mistico. La canzone Ave Maria, con la sua richiesta d’intercessione, ne è un esempio eloquente. In questo approccio c’è un cambiamento radicale rispetto alla visione precedente di una divinità più immanente, dove Renato invitava i sorcini a ricercare Dio “magari in un cuore, in un atto d’amore, nel tuo immenso io...”. Ora il nostro Renato ha perso un po’ di questa forza protettiva ed ha bisogno lui stesso di protezione. Dalla madre premurosa che accudisce e protegge sotto le proprie ali, accettando pregi e difetti dei suoi figli e ascoltando le loro richieste, trapela la figura di una madre stanca e forse un po’ sfiduciata, che chiede ella stessa accudimento. Non sappiamo quanto Renato Fiacchini sia davvero materno, sicuramente lo è Renato Zero sul palcoscenico ed è questo che ho voluto osservare. E’, e soprattutto è stato, un personaggio unico forse perché ha messo sul palcoscenico se stesso. Resta il fatto che interpretarlo una Madre non vuole essere un tentativo di riduzionismo, sarebbe troppo banale credere che questo importante aspetto sia l’unico motivo di tanto e duraturo successo. Renato Zero non sarebbe stato tale se non avesse avuto quel quid che ha fatto di lui quello che è. Certo è che Renato Fiacchini ha saputo, e forse ha dovuto, tirar fuori il “tesoro” che aveva custodito dentro di sé (Renato Zero), quella parte che sarebbe stato difficile imprigionare :”Sono stato chiuso in barattolo per vent’anni e trentamila secoli...” Questa seconda nascita gli ha permesso di diventare uno dei più grandi e originali interpreti della musica leggera italiana. La mia ri-cerca di Zero si conclude qui con la speranza di ri-trovarlo.
LO SCAMBIO AFFETTIVO
“Cercami come e quando e dove vuoi, cercami è più facile che mai. Cercami non soltanto nel bisogno, tu cercami con volontà e l’impegno...reinventami! Se mi vuoi allora cercami di più, tornerò solo se ritorni tu, sono stato invadente eccessivo lo so, il pagliaccio di sempre, anche quello era amore però. Questa vita ci ha puniti già, troppe quelle verità che ci son rimaste dentro... Oggi che fatica che si fa come è finta l’allegria, quanto amaro disincanto... Io sono qui insultami, feriscimi, sono qui tu prendimi o cancellami. Adesso sì tu mi dirai che uomo mai... ti aspetti. Io mi terrò l’insicurezza che mi dai, l’anima mia farò tacere pure lei se mai vivrò di questa clandestinità per sempre...Fidati che hanno un peso gli anni miei. Fidati e sorprese non avrai. Sono quello che vedi io pretese non ho, se davvero mi credi di cercarmi non smettere no...Questa vita ci ha puniti già l’insoddisfazione è qua ci ha raggiunti facilmente...così abili anche noi a non dubitare mai di una libertà indecente. Io sono qui ti servirò, ti basterò, non resterò una riserva questo no. Dopo di che quale altra alternativa può salvarci. Io resto qui mettendo a rischio i giorni miei, scomodo sì perché non so tacere mai.. Adesso sai senza un movente non vivrei...Comunque cercami, cercami...non smettere.”
In questa canzone si scorge la modalità di approccio al rapporto affettivo dell’autore con l’Altro, sia esso una singola persona o una pluralità (il pubblico). Vediamo qui esposta una riflessione che suona un po’ come un bilancio sentimental/affettivo. “Hanno un peso gli anni miei”, ho cioè un’esperienza consumata delle mie relazioni con le persone e conosco la mia posizione nell’esperienza affettiva. In questo brano viene messo in risalto colui che nella vita affettiva si mette a disposizione in modo totale dell’Altro. “Mi terrò l’insicurezza che mi dai”, sono consapevole del fatto che te ne potresti andare in qualunque momento e accetto questa eventualità in silenzio come solo una madre può fare. E’ individuabile una traslazione dalla relazione a due verso la relazione con i molti, cioè col pubblico. In sostanza c’è’ una surdeterminazione simbolica e il modo di amare dell’ artista ha in entrambi i casi una forte connotazione materna. Trovarlo è facile basta cercarlo, è come dire sono a tua disposizione, ti accolgo sempre, ma non sono solo ciò che vedi. Infatti questo non smettere di cercarlo è anche un invito continuo ad interpretarlo, perché è in continuo mutamento. Non c’è quindi solo una madre che accudisce, ma anche un aspetto materno che spinge alla crescita. “Io sono qui insultami, feriscimi , sono così tu prendimi o cancellami “. Questa frase è il nucleo centrale del mettersi a disposizione dell’Altro fino in fondo, direi solo come una madre o una figura sostitutiva sa fare. Insultami, feriscimi, prendimi, cancellami sono quattro stati del mondo che riportano alla completa capacità di mettere in gioco se stessi; ci troviamo davanti ad una rappresentazione della Madre irreale che dà tutto fino ad annichilire se stessa; in questo contesto la Madre assume la caratteristica di un modello ideale, perciò esprime il desiderio e non la realizzazione. Insomma Renato compensa la mancanza di tutto ciò che di materno manca nei rapporti interpersonali. Ma ecco il brusco risveglio quando egli avverte l’Altro che non rimarrà una riserva, vale a dire io mi do tutto, ma tu non arrivare solo quando non sai più dove ripararti, insomma anch’io ho una dignità e non mi lascio calpestare fino in fondo. Si può supporre che sia proprio questo totale mettersi a disposizione uno dei motivi del suo carisma. Con lui si diventa grandi sentendosi protetti, amati, consolati e allo stesso tempo spinti alla fiducia in se stessi perché c’è questo amore che nutre quotidianamente e ci dà la fiducia di credere che ci sarà per tutti un’altra occasione. Maria Giovanna Farina (Babilonia, gennaio 2002)
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