Alberto Fortis: un artista eclettico, un uomo gentile



Cantante, musicista, poeta, scrittore, regista. Di formazione culturale classica, Alberto Fortis è anche filosofo perché elabora e trasmette pensiero produttivo attraverso le sue creazioni artistiche: l’intervista è la dimostrazione che quando la filosofia esce dall’accademia può creare, in chi come lui la sa accogliere, incontri davvero straordinari



Canzoni come La sedia di lillà, Duomo di notte, Settembre, oltre ad essere indimenticabili, credo rappresentino qualcosa di fondamentale per la tua carriera. Che significato hanno dato alla tua evoluzione artistica? 

Se partiamo dal Duomo di notte… Tra parentesi sottolineo che è stata annoverata tra le 100 canzone più belle della storia del pop moderno in una classifica internazionale dove ai primi posti ci sono da Image, Like a Rolling Stone a Born to run: il Duomo di notte gravita intorno al settantesimo posto per cui mi sembra un grande onore inaspettato. Le canzoni che hai citato fanno parte delle mie fondamenta. Ciò mi dà un ponte preciso con quello che succede oggi, cioè poco dal punto di vista sostanziale artistico; bisogna immaginare che tutto il materiale del primo album, Milano e Vincenzo, La sedia di lillà, Duomo di notte, era stato giudicato per due anni e mezzo materiale non idoneo alla pubblicazione da tutti i presidenti di compagnie discografiche italiane. Poi mi sono imbattuto in Alain Trossat, un parigino laureato alla Sorbona e che è stato presidente della allora Polygram oggi Universal, è grazie a lui che ho iniziato la mia carriera perché quello stesso materiale quando è arrivato fortunatamente nelle sue mani lo ha entusiasmato: ho inciso così il mio primo album. Questa esperienza crea in un secondo di spazio-tempo il ponte con oggi perché in Italia paghiamo un po' il prezzo, chiamiamolo ideologico filosofico, ma poi nella realtà delle cose sono motivazioni più terra a terra, che ci porta, anche per il periodo politico sociale che attraversiamo, in una notte sociale molto ben nutrita dagli addetti ai lavori, salvandone qualcuno, che fanno in modo che la nostra arte, soprattutto la musica, rimanga in qualche modo obsoleta oppure ci sono i soliti sei-sette nomi che son sempre quelli. Un grande peccato del meccanismo in cui vive la nostra arte, nel mio caso la musica, è il fatto che oggi o hai vent'anni e fai i talent-show oppure se hai una storia devi sempre rappresentare una certa cifra di vendita e questo impedisce la possibilità per un artista di comunicare la sua attualità con la sua esperienza

Si è obbligati a rimanere in uno schema?

Sì! Recrimino proprio questo. Poi sul “campo di battaglia” si fanno dei concerti bellissimi e se si va a vedere tutta la mia attività negli ultimi anni è più intensa di nove-dieci anni fa, ma certe dogane istituzionali quali le radio favoriscono questo meccanismo che penso finirà presto perché lo vediamo in politica

Nella rivista non voglio parlare di politica 

Questa non è più politica, ma cercare di far capire che nel significato del senso della vita ci sono dei meccanismi che le persone non possono accettare, la grande meravigliosa sorpresa di Milano che vorrebbe rappresentare ancora una volta un feudo arroccato e insensibile, invece ha espresso quel cuore che ha sempre fatto di Milano un faro. Questa non è più politica. Lo stesso accade nelle arti che sono l'emanazione, il sintomo di una strutturazione sociale, civica e di costume

La tua canzone Il duomo di notte piace davvero tanto, hai dei dati che ti dicono cosa suscita?

I rimbalzi emozionali ed emotivi sono un arcobaleno di colori. Penso che quella canzone abbia una forza di sintesi molto alta, in qualche modo va a condensare le fatiche del percorso quotidiano, gli aspetti di speranza che vengono “carnalizzati” nel momento del parto, di questo inizio vita, il parallelo dell'aspetto della fatuità delle piroette di sabbia nei confronti delle guglie del Duomo che sono di pietra, quindi una simbologia che è la scommessa di tutti noi nella vita

Quando hai concepito quella canzone avevi in mente tutto questo o come tutti i poeti “butti fuori” e poi...?

Certamente, non si ha in mente con precisione. C'è una scintilla che ti dà il là, ricordo perfettamente, era una delle mie sere di passeggio all'inizio del rapporto con la città di Milano, scrivevo già le mie cose mentre continuavo a frequentare la facoltà di Medicina

Hai studiato a Milano?

Prima a Genova e poi un anno qui in Statale. La visione del Duomo in un particolare momento ha iniziato a suggerirmi questa fotografia delle piroette di sabbia e le guglie del Duomo. Dylan dice che nessuno inventa niente ma si riportano cose che sono già esotericamente scritte nell'aria, è una visione molto romantica però ha una verità perché è sorprendente come certe scritture, chiaramente con impegno e fatica, si decantano da sole: in qualche modo ne intuisci la forma e vai a scoprirla

Tra le diverse forme di espressione da te praticate, scrittura di testi, poesia, composizione, quale ti è più congeniale? Quale ti rappresenta di più?

Senz'altro la musica, l'aspetto melodico perché è il più istintivo, istintuale, immediato e anche il più ancestrale. Del resto sappiamo quanto la musica sia considerata un mezzo di elevazione, in mezzo a tutte le arti è la più accreditata a metterci in collegamento col mondo del trascendente. Questa è la forma di espressione che mi rappresenta di più, adoro anche di conseguenza i testi, le liriche e la grossa scommessa della lingua italiana è fare una cosa in metrica che abbia una sintesi e che abbia anche una piacevolezza di suono. Poi amo molto anche l'immagine perché il mio secondo grande amore è anche il cinema, molte delle video-clip che ho realizzato ero regista o co-regista

L’autobiografia (La storia autobiografica di Alberto Fortis, Che fine ha fatto Yude?) è una tra le modalità espressive più difficili per il lavoro di di-svelamento della propria interiorità, che cosa ti ha dato? È stato un momento di crescita o un punto di arrivo? O qualcos'altro?

Direi tutte e due e qualcos'altro. Scrivere testi delle canzoni o pubblicare due libri di poesie fanno parte di uno stesso codice di scrittura. Mentre affrontare la forma romanzo, anche se nell'autobiografia è tutto vero, è stata una frontiera nuova per me: mi terrorizzava il lavoro di mettere insieme gli elementi del puzzle di questa biografia che parte da anni cinque per arrivare ad oggi parlando anche della mia carriera. Mi atterriva questa cosa, poi preso il rodaggio grazie anche alla collaborazione di Maurizio Parietti e Rossana Lozio, credo sia stato utile registrare tutto, ho registrato cento e passa ore, poi c'è stato il duro lavoro di trasferire sul computer. Ho dovuto affrontare la prova più difficile cioè rileggere e rimettere in forma ponendomi anche dalla parte del lettore: descrivere una scena a parole è un conto, descriverla scrivendola è un altro. È stato un lavoro molto intenso durato quasi un anno, ma ne sono davvero felice perché siamo riusciti a trovare un equilibrio tra i discorsi toccanti e l'aspetto più leggero, più divertente e soprattutto quello che era l'intendimento che non fosse una biografia, una cronologia professionale, ma che svelasse quella persona che in tre minuti televisivi non si potrebbe mai comunicare

È un farti conoscere e allo stesso tempo conoscersi, nello scrivere di sé nascono delle riflessioni su aspetti di noi che non abbiamo mai elaborato

Assolutamente! Anche l'inventarmi delle pillole scritte in corsivo, qualsiasi tipo di riflessione filosofica, politica, sociale, artistica che abbiamo intercalato al racconto mi ha aiutato a creare questo io narrante quasi fuori campo. Questo filo conduttore, come lo chiamo io, lo Stargate della situazione, cioè di riuscire ad accomunare un momento per me importante vissuto magari a Los Angeles nella metà degli anni '80 e relazionarmi con un momento di attualità qui. Mi preoccupava molto come svolgere l'itinerario

Invece?

Ha preso una forma fluida e mi auguro piacevole

Sei un poeta anche perché sai parlare per metafore, La canzone “Dentro il giardino” (Dentro il giardino, 1994) dice "guarda quanta luce che c'è'", di quale giardino stai parlando, di quale luce stai parlando?

Sono le cose che mi affascinano: partono da un territorio concreto, dal giardino della casa paterna, il luogo dove comincia la biografia di quel famoso posto delle fragole che per me era un luogo esoterico e magico. Su ciò rifletto sempre molto perché ci sono dei comuni sentire che in qualche modo uniscono, l’arte ha questa capacità, questo canale speciale di comunicazione. Quando avevo cinque anni e i Beatles non esistevano ancora andavo in questo posto attratto dalle fragole e poi mi ritrovo a cantare anni dopo nello stesso microfono di Abbey Road studios a Londra dove Lennon ha registrato la sua Strawberry Fields Forever. Sono cose che confortano molto e indicano la strada nella ricerca del nostro Graal personale. Il giardino è tutto questo, ma può essere anche il credo della vita dopo la vita, il giardino dell’immaginazione tesa alla libertà, alla condivisione sociale, tesa a tutto ciò che può cercare, nel rispetto del senso della vita, a far in modo che la nostra quotidianità si elevi un po’ di più rispetto al periodo che stiamo attraversando adesso. Per parlare di filosofia, o meglio di ideologia filosofica, io sono un grande sostenitore della terza via: Gandhi credo che sia la figura più meravigliosa dal punto di vista politico, sociale, religioso, filosofico che il secolo scorso abbia espresso

È un esempio che non seguiamo molto

Perché l’essere umano è un animale perverso, pensiamo alla faziosità politica: è ciò che rovina la società. Una volta c’era l’agorà ateniese che affidava ai saggi le valutazione da applicare poi alla società, oggi bisognerebbe tornare a quello perché purtroppo siamo in un periodo in cui la politica è un’arma infima e volgare, lobbista

Ti ho sempre visto una persona gentile e forse la volgarità ti infastidisce perché si oppone troppo al tuo modo di essere, forse è questa la ragione di un rifiuto così forte?

Sì, certo sono gentile ma anche guerriero

Appari gentile, poi…

È un complimento! Credo che la gentilezza sia l’espressione esteriore della sensibilità. Credo che la politica sia l’arte di chi non sa creare, invece chi sa creare e fa politica e ci riesce esprime quelle cose meravigliose come Ghandi, Martin Luther King e in certi momenti i fratelli Kennedy: è la politica intesa al sostanziale miglioramento sociale. Sono stato felice quando Obama è diventato presidente con tutti i compromessi e le cose che forse non si possono mantenere perché quelle posizioni sono di una difficoltà probabilmente impensabile. Le persone che abbiamo citato fanno parte anche loro di questo giardino simbolico

Come vedi la figura di Socrate?

Aveva un’intransigenza che era ad un livello sublime, era un po’ la quintessenza in questo senso. Mi piaceva anche molto Schopenhauer nonostante la sua visione tragica che veniva da un romanticismo. Vedo Schopenhauer appartenere alla famiglia socratica, anche Kierkegaard mi affascina molto e lo posso accomunare al grande maestro Socrate

La filosofia fin dall’antica Grecia ci ha parlato degli opposti (Empedocle di Agrigento V sec. A. C. con amicizia e inimicizia). Come si possono conciliare gli opposti? È possibile?

Anche un grande saggio indiano dice che la nostra vita è fatta di un’alternanza di opposti. Al di là dei momenti problematici della vita bisogna arrivare all’armonizzazione di questi opposti, del resto non esisterebbe uno senza l’altro: donna-uomo, amore-odio…Come teoria sembra talmente semplice, in realtà no perché siamo sempre alla ricerca di determinate cose. È sacrosanto coltivare il nostro giardino, ma lo facciamo quasi sempre volendo modificare degli equilibri che sentiamo naturali e invece

Andiamo contro la nostra natura

La crescita impone di volerli cambiare nella loro posizione e invece no! Poi ne capisci la meraviglia: questa è la vita degli opposti, poi sono un Gemelli…quindi doppio!

Che differenza c’è tra il viaggio per-il-mondo e il viaggio nel-proprio-mondo? (In viaggio, 2006)

Ci risiamo, ben poco. Sono molto complementari, nel senso che il viaggiare territoriale e concreto è un mezzo di crescita meraviglioso, soprattutto di confronto. L’errore che si commette è quello di rifiutare il confronto, una società cade quando non si confronta più: in Italia stiamo vivendo un periodo di neo-feudalesimo. L’Italia potrebbe essere un esempio di come gli opposti se vissuti con armonia possano dare risultati strepitosi, noi siamo un paese unico al mondo studiato all’estero: geo-etnicamente siamo unici e quindi dobbiamo prendere la forza di prenderne coscienza e capire che se armonizzassimo tutto ciò saremmo un paese stupendo. Per ora vince il neo-feudalesimo

Sei fiducioso di un futuro miglioramento?

L’uomo come sua caratteristica naturale tende a celebrare la propria vita quindi se non si incappa in una sfortunatissima successione di leader ottusi, sciocchi e vuoti, la società dovrebbe tendere a migliorare perché adesso passiamo un periodo molto difficile che è il periodo di assestamento a livello pratico di tutto ciò che la mente umana crea in anticipo. Internet è il libero arbitrio, è molto filosofico internet perché nel web tu esprimi, fai, agisci e crei ciò che è il tuo bianco e il tuo nero, il rischio è quello della robotizzazione e del protagonismo di Second Life, quindi la fine della comunicazione vera. Adesso stiamo passando un periodo di assestamento però non penso che si dovrebbe tornare ad una visione negativa di tutto quello che ci succede, se così fosse sarebbe più colpa di un meccanismo… come diceva Gandhi non c’è cosa orribile che non faccia una fine orribile

Raccontaci del musical che stai realizzando, quando uscirà anche in Italia?

Per ora è un progetto che sto puntando come piattaforma sugli Stati Uniti perché ho avuto la grande opportunità di incontrarmi con Tom Kitt che con la sua opera Next to Normal è stato insignito di due Drama Desk Award che sono gli oscar per il musical e del premio  Pulitzer per la tematica. Per il suo successo è supervisore del musical American idiot quello basato sulle canzoni dei Green Day's. Ci sto lavorando ed è un lavoro molto lungo, ma la formula del musical se deve sbocciare come si deve non può sbocciare in Italia perché qui i musical o sono nazionalpopolari o hanno buoni investimenti. Ancora una volta non credo che la problematica sia degli artisti o del pubblico: è sempre di questa barriera corallina formata dagli addetti ai lavori che per loro mentalità industriale o poco tesa all’artistico sono preposti a ruoli chiave e creano il problema di tutto questo.  

Maria Giovanna Farina

L'accento di Socrate